Jobs Act: la chiamano legge delega, ma è solo una delega in bianco

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Jobs Act: la chiamano legge delega, ma è solo una delega in bianco

La chiamano legge delega, ma il vero nome è ‘delega in bianco’. Tradotto: sulla riforma del lavoro il Governo farà un po’ quel che gli pare. Compresa l’abolizione dell’art.18. Ora il Jobs Act arriva in Aula e il M5S è pronto a presentare i suoi 158 emendamenti – tutti nel merito – per riuscire a fare ciò che in Commissione ci è stato impedito: migliorare questa legge delega che, così com’è, non risolverà il problema del precariato, creerà nuova disoccupazione, nuove disparità e nuovi conflitti sociali in un Paese dove le politiche di welfare sono già insufficienti. E stupisce, ma nemmeno troppo, vedere che lo scempio del Governo procede con l’avallo del Capo dello Stato, che fino a ieri difendeva i lavoratori. Il cosiddetto ‘contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti’, introdotto dal governo con il Jobs Act, comporta infatti che i “nuovi” assunti avranno meno diritti di quelli che ha oggi un lavoratore a tempo indeterminato. In particolare, per loro non verrà applicato l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, ovvero, non avranno più diritto a essere reintegrati nel caso in cui siano licenziati senza giusta causa. Per loro è previsto soltanto un indennizzo proporzionato all’anzianità di servizio. Naturalmente in Commissione non si sono degnati di farci sapere con quali modalità sarà applicato questo nuovo contratto: i giornali ci dicono che dopo i tre anni si applicano le tutele dell’art.18, ma noi questo non lo abbiamo letto in nessun testo del governo. Renzi, che sappiamo essere un campione nel riempirsi la bocca di false promesse, ci dice che il suo Jobs Act prende come modello il sistema del mercato del lavoro tedesco, omettendo però di spiegare che la Germania ha politiche di welfare imperniate sugli investimenti tecnologici e produttivi e sugli investimenti nel sociale (ovvero le tutele dei lavoratori). Ma non è solo la Germania ad investire sulle politiche sociali: anche gli altri Paesi europei, infatti, investono tra l’ 1% e il 3% del Pil, mentre in Italia, l’investimento è pari allo 0,4%. Questi dati ci dicono una cosa semplicissima: in Italia non possiamo ridurre le tutele dei lavoratori come se nulla fosse. Per questo quello che proponiamo è un sistema basato sulla flexsicurity (flessibilità + sicurezza): misure per l’aumento della flessibilità si possono solo introdurre se i cittadini hanno delle garanzie, anche quando perdono il lavoro. Nei nostri emendamenti proviamo a rimediare ai danni del governo: quello che proponiamo è l’introduzione di un sostegno al reddito (Reddito di cittadinanza), l’ampliamento delle tutele dei lavoratori in disoccupazione involontaria, l’investimento nelle politiche attive del lavoro, la semplificazione amministrativa per i cittadini e per l’imprese che vogliono assumere, il ripristino del contratto a tempo determinato con l’indicazione specifica delle causali, la riduzione delle tipologie contrattuali attuali, l’aumento degli investimenti nel sociale accompagnati da investimenti in tecnologia, ricerca e salvaguardia e soprattutto la soppressione del famigerato contratto a tutele crescenti. A voler scorrere il Jobs Act non si vede un impianto che garantisce un sistema di welfare efficiente: nessun investimento nelle politiche attive e passive del lavoro, nessun investimento in tutele per la disoccupazione strutturale (di lunga durata) e un sì determinato alla flessibilità del lavoratore e al suo controllo a distanza sul posto di lavoro, al demansionamento e alla possibilità di aumentare il ricorso al lavoro accessorio. Il Movimento 5 Stelle ha delle chiare proposte, che contribuirebbero davvero a rendere il mercato del lavoro dinamico, sicuro e solo infine flessibile. Di tutto questo parleremo in Aula a cominciare dalla pregiudiziale che presenteremo oggi.